Presentazione

23° EDIZIONE - 2018

dall'1 al 22 giugno

Fluctus è una parola latina che significa onda. Sono le onde del mare che sospingono verso l'Europa molte migliaia di profughi africani, o li respingono, li inghiottono durante pericolose, assurde, traversate. Anche coloro che non arrivano dal mare, altri migranti, sembrano disegnare sulle cartine geografiche del pianeta con il loro movimento un succedersi di onde. Il termine fluctus è pure utilizzato per identificare strutture geologiche ondulate. È giusto pensare che le società contemporanee, la comunità italiana stessa, siano segnate, come le rocce, da queste ondate di nomadismo. L'identità europea è stata modificata profondamente dalla presenza di tanti viaggiatori e lo sarà in futuro. Essi non sono un mondo a parte, ma una parte del nostro mondo. Quanti altri viaggi vengono compiuti dentro le nostre teste, per affrancare, rivendicare, proclamare le nostre identità. Questo progetto triennale vuole provare a sommare, sovrapporre onda a onda, viaggio a viaggio, l'onda di Fluctus e l'onda di una qualche nuova sperimentazione teatrale (non a caso si usa ancora definire "nouvelle vague", nuova onda, il giovane teatro, come il cinema francese della fine degli anni '50).  

Sviluppa un emozionante filo di memoria (ed è resoconto di viaggi) Empire (Teatro Astra, 16 e 17 giugno) di Milo Rau, spettacolo da cui idealmente si dipana il nuovo triennio del Festival, azione scenica con quattro attori/migranti, che, seduti in una vecchia cucina raccontano con parole semplici (a una telecamera) la loro odissea. Un'ebrea di nazionalità romena, Maia Morgenstern, due rifugiati siriani, Romo Ali e Rami Khalaf (che evocano le traversie del loro paese e del territorio curdo), un greco, Akillas Karazissis. Ognuno di loro parla la sua lingua. In comune hanno il percorso che li ha portati al teatro e la lontananza dalla patria. Milo Rau, intrecciando le narrazioni, ne ha fatto uno straordinario affresco. Il loro racconto trascende i destini dei singoli individui. Il teatro secondo Rau, allievo dell'antropologo e filosofo francese Pierre Bourdieu, ha tra i suoi compiti quello di scuotere le coscienze, di risvegliarci dall'indifferenza di fronte alle tragedie del mondo. Ma si possono rivivere certe emozioni su un palcoscenico? Cosa succede quando si raccontano storie di vita vissuta sulla scena, davanti a un pubblico? Tutto avviene come rispondendo a una domanda chiave: che ci sta capitando e chi siamo davvero noi in questa vecchia/nuova Europa? Ci sono sempre le migrazioni al centro di un altro spettacolo, Birdie (Teatro Astra, 12 e 13 giugno) di Agrupación Senor Serrano, compagnia catalana di nuovo teatro che ironicamente accosta i migranti agli uccelli, quelli del capolavoro dI Hitchcock, ad esempio, quelli che, sui fili della luce, incutono paura a chi li osserva e non si fulminano. "Per mostrare la realtà in maniera onesta - dicono Alex Serrano, Pau Palacios, Ferran Dordal - non c'è strumento migliore dell'ironia". Protagonisti di Birdie sono anche 2000 miniature di animali, manovrate in tempo reale e riprese da telecamere. L'Europa dopo le ferite infertele - gli attentati, gli scontri tra ideologie, etnie, religioni - ci viene mostrata, come in prospettiva immaginaria, da Late Night (Teatro Astra, 5 e  6 giugno) della compagnia greca Blitz Theatre Group, già ammirata al Festival nel pregevole Vanja. 10 Years after. Tre uomini e tre donne danzano in una sala da ballo evidentemente devastata da bombardamenti e violenze terroristiche. Giungono via radio notizie di altre barbarie, ma quegli uomini e quelle donne non cessano di sperare, di resistere, di ballare, di vivere. Sarà troppo tardi per una vera pace? Il potere vero non è più riconoscibile? Proprio una magnifica epifania del potere è Giulio Cesare. Pezzi staccati, (Fondazione Merz, 2 e 3 giugno) intervento performativo su William Shakespeare della Socìetas Raffaello Sanzio, firmato da Romeo Castellucci. È l'evocazione per frammenti di uno straordinario e irrappresentabile spettacolo proprio di Romeo Castellucci. Vi si individuavano (e si individuano ancora nella performance), gli scontri tra ideologie e generazioni e la violenza della retorica politica. Quella, nello specifico, del discorso funebre di Antonio, capolavoro di eloquio. Questo Giulio Cesare è anche, come nella miglior tradizione della compagnia, un esercizio estremo della voce e una riflessione sull'origine stessa della voce nella gola, la fabbrica della parola. Una divagazione imprevedibile sul confronto tra culture è Ritratto di donna araba che guarda il mare, (Lavanderia a Vapore, 5 giugno) del giovane drammaturgo Davide Carnevali, regia di Claudio Autelli per Lab121, Premio Riccione 2013. Un uomo europeo in una città del Nord Africa incontra una giovane donna. La lingua araba per entrambi è la lingua delle emozioni, mentre il francese è la lingua della ragione, dei commerci. Una riflessione non scontata - quella di Carnevali - sul confronto tra le cultura e sulle nuove ragioni del tragico nella contemporaneità. Echi della classicità ma anche riferimenti al presente ci sono in Aiace (Lavanderia a Vapore, 22 giugno, spettacolo conclusivo) di Linda Dalisi e Matteo Luoni che riscrive la tragedia di Sofocle. Questo Aiace - interpretato dall'attore ivoriano Abraham Kouadio Narcisse - diventa centauro dopo la morte. Come atto conclusivo della Scuola di Teatro dello Stabile di Torino andrà in scena con gli allievi attori Roberto Zucco (Teatro Gobetti, dal 12 al 17 giugno) di Bernard-Marie Koltès (l'ultima pièce che scrisse), la regia è di Licia Lanera. La storia del serial killer italiano, autore del massacro dei genitori e di delitti privi di movente, fuggitivo poi morto suicida, è simile a quelle dei lupi solitari, dei clandestini, dei nottambuli da ghetto. La sua è una lingua strana, di sintesi, con echi continui. È liberamente tratto dalla vita e dalle opere di Simone Weil il monologo di Milena Costanzo Oh no Simone Weil! (Casa Teatro, 14 e 15 giugno) contrassegnato dal peregrinare incessante della filosofa e teologa francese, dai suoi viaggi reali (cominciò quando era bambina a vivere un trimestre qui e uno là) e dai suoi viaggi, pieni di dolore, dentro la testa. Non per caso l'autrice e attrice milanese compare in scena zavorrata da un gigantesco sacco da escursionista. Un altro viaggio ossessionante e poetico, tra parola e vita, è quello di Emily Dickinson in Dickinson's Walk (Caffè Elena, dall'8 al 10 e dal 15 al 20 giugno) di Renato Cuocolo e Roberta Bosetti, spettacolo peripatetico. Interprete e spettatori si ritrovano in uno storico caffè torinese, poi camminano per la città e tornano indietro, andata e ritorno. «Non esiste un vascello veloce come un libro» scriveva la poetessa americana alludendo ai fecondi viaggi dell'anima. Il rapporto tra le nuove generazioni, che vogliono vivere in una diversa società o andarsene per il mondo, e i loro padri, caratterizza la nuova creazione dell'iraniano Amir Reza Koohestani Summerless (terza parte di una trilogia) (Teatro Astra, 9 e 10 giugno) che riflette sull'importanza di salvaguardare la memoria. In scena tre personaggi: un supervisore scolastico, un pittore, una giovane madre. Sullo sfondo il cortile di una scuola durante tre stagioni, estate esclusa.

Ogni giorno, un'ora prima della fine delle lezioni, la madre viene a sedersi sulla giostra nel cortile della scuola.  Lei e il pittore iniziano una conversazione che portano avanti giorno dopo giorno. Finché una volta la madre scopre che il pittore sta dipingendo il suo ritratto sul muro.

Già applauditissimo al Festival con Hearing, il Mehr Theatre Group di Koohestani ritorna proprio in un momento di grande trasformazione e di difficoltà della società iraniana. Terzo passo di un'altra trilogia, Trilogia della Fine del Mondo, è La buona educazione (Casa Teatro, 9 e 10 giugno)  della Piccola Compagnia Dammacco, spettacolo che rovescia il titolo di un famoso film di Almodovar. Ci si interroga qui, a proposito della citata memoria, sulla trasmissione dei valori da essere umano a essere umano. In scena Mariano Dammacco e Serena Balivo, premio Ubu come miglior attrice under 35. Un altro Premio Ubu 2017, il più prestigioso degli Ubu, il "miglior spettacolo dell'anno" ovvero Macbettu, (Fonderie Limone, 17 e 18 giugno) giunge a Torino rinverdendo uno degli storici filoni tematici del Festival delle Colline Torinesi: "l'insoddisfazione della lingua", che non ha mai mancato negli anni di manifestarsi. Il Macbeth di Shakespeare è recitato in sardo e, come nella più pura tradizione elisabettiana, interpretato da soli uomini. L'idea nasce nel corso di un reportage fotografico tra i carnevali della Barbagia. La lingua sarda non limita la fruizione ma trasforma in canto ciò che in italiano rischierebbe la letterarietà. Una trilogia anch'essa sul rapporto tra le generazioni (altro tema ricorrente del Festival) è quella dell'emergente Liv Ferracchiati, che indaga senza infingimenti e mettendosi davvero in gioco sull'identità sessuale. Ferracchiati si farà conoscere dal pubblico con Peter Pan guarda sotto le gonne, Stabat Mater (che ha in video Laura Marinoni) e Un Eschimese in Amazzonia, (Teatro Astra, 1 e 2 giugno, evento inaugurale) Il nome della sua compagnia, adottata dallo Stabile dell'Umbria, è The Baby Walk, come il sentiero dei Giardini di Kensington riservati ai bambini. «Là dove ti porta il treno blu e veloce le persone non conoscono la paura dei bombardamenti» dice un personaggio della silloge teatrale di Massimo Sgorbani Causa di beatificazione (tre canti per voce e tempesta), (Superbudda, dal 12 al 16 giugno), interpretata da Matilde Vigna e diretta da Michele Di Mauro. Un testo che intreccia i drammi di recenti guerre e l'anelito alla maternità di tre donne. Silvia Costa firma invece  Dialoghi con Leucò (Teatro Astra, 20 e 21 giugno) uno studio per lo spettacolo Nel paese dell'inverno dedicato al mondo di Cesare Pavese. Una coproduzione con il Théatre MC93 Bobigny di Parigi. La riflessione sul mito (presente negli strati profondi delle nostre culture) e sul destino degli uomini è al centro di questa originale ricerca artistica. C'è spazio anche per blucinQue di Caterina Mochi Sismondi che con Bird (Teatro Astra, 22 giugno) rende protagonista sul palcoscenico un attrezzo circense, inseguendo l'idea dell'impossibilità di volare e di potersi guadagnare nuove libertà, così come per il Mulino di Amleto che con Platonov/commedia senza padri (Fonderie Limone, 7 e 8 giugno) porta a compimento un progetto biennale cechoviano. Lo spettacolo sarà coprodotto anche da Sala Fontana e dal Teatro Stabile d'innovazione Elsinor di Milano. Platonov, com'è noto, è uno dei primi testi dello scrittore russo, che sembra anticipare tutti i grandi temi dei drammi della maturità. Il protagonista è un uomo senza virtù, dongiovanni di provincia, simbolo di una società in decadenza. Sempre nelle grandi steppe russe è ambientata la lettura scenica Artemy di Simone Carella (testo vincitore del Premio Colline di Torino per inediti), (Cafè Müller, 19 giugno) che continua il suo percorso di crescita dopo la prima presentazione a Garofano Verde-Scenari di teatro omosessuale. È un viaggio nella notte con ricordi che affiorano. Tutto è in bilico tra presente e passato. Tra gli interpreti Angelo Di Genio, applaudito protagonista al Festival 2016 di Geppetto e Geppetto. Altra lettura scenica con qualche accenno di messa in scena è Nikola Tesla di Jacopo Squizzato, (Cafè Müller, 8 giugno) che da alcuni anni perfeziona il ritratto teatrale di questo grande e sfortunato scienziato serbo-croato domatore di elettroni, emigrato in America. Una giovane compagnia, programmata per la prima volta, è invece Vico Quarto Mazzini che presenta il testo segnalato dal Premio Scenario e vincitore del bando Siae Sillumina Vieni su Marte, (Casa Teatro, 6 e 7 giugno) che nell'anno di tanti viaggi racconta il più iperbolico di essi, il viaggio (impossibile?) che dovrebbe condurre l'umanità sul pianeta rosso. E sempre in tema di viaggi Chiara Lagani sarà la protagonista al Festival di una serata a soggetto, in collaborazione con la casa Editrice Einaudi, dedicata alla saga dei Libri di Oz, (Cafè Müller, 3 giugno). Soprattutto al famoso romanzo di L.Frank Baum Il meraviglioso mago di Oz di cui è personaggio chiave Dorothy, la ragazzina che viene trasportata lontano da casa da un ciclone, come succede a tanti migranti sospinti dai cicloni delle guerre e delle carestie.

 

Di non minore importanza rispetto agli spettacoli sono, nel dialogo col pubblico, le attività collaterali. La rassegna Cinema in scena, condivisa nella sala del Cinema Massimo con il Museo Nazionale del Cinema, le Mezz'ora con di Laura Bevione (incontri di artisti e pubblico), una riflessione proprio sulle declinazioni del viaggio, gli stage con gli studenti, gli appuntamenti di Nuovi Sguardi, progetto realizzato nell'ambito di "Open 2017 - Nuovi pubblici per la cultura" della Compagnia di San Paolo, le attività del progetto Lettera 22 e quelle del blog TeatroD@ms Torino, entrambi destinati alla formazione di giovani spettatori consapevoli, se non proprio di nuovi critici teatrali.

Il segno d'artista 2018 è l'opera dell'artista afghana Lida Abdul Time, Love and the Workings of Anti-Love del 2013, cortesemente prestata dalla Fondazione Merz.

 

Sergio Ariotti

 

 

Menu secondario